«Scandalo Ikea», usato legno bielorusso lavorato dai carcerati "torturati": l'inchiesta internazionale

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Christian Morasso
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«Scandalo Ikea», usato legno bielorusso lavorato dai carcerati "torturati": l'inchiesta internazionale

La risposta dell'azienda: «Siamo chiari sul fatto che le violazioni dei diritti umani non possono convivere col nostro business»

Legno a buon mercato, anche perché a lavorarlo c'erano i carcerati: il peggior incubo per un gigante come Ikea si è materializzato. Una corposa inchiesta condotta dal team di Disclose, il sito di giornalismo investigativo francese fondato nel 2018, ha scoperto che buona parte dei 10 mila lavoratori collegati all'azienda svedese in Bielorussia erano in realtà prigionieri ai lavori forzati

La difesa dell'azienda svedese

 

«Siamo chiari sul fatto che le violazioni dei diritti umani non possono convivere col nostro business», si difende Ikea sottolineando di aver deciso di interrompere i rapporti con Minsk già nel giugno 2021 «a causa della situazione legata ai diritti umani», decisione poi accelerata «dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni internazionali». La società sottolinea inoltre di «non accettare nessun lavoro forzato, o di carcerati», ma ammette di «non poter garantire che non ci siano casi di cattiva condotta».

I rapporti tra Ikea e il padre padrone di Minsk, Alexander Lukashenko sono iniziati «nel 1999». Da allora, scrive Disclose, la Bielorussia, dove lo Stato è proprietario di tutte le foreste, è divenuta la seconda fornitrice mondiale di legno di Ikea e una di quelle a minor costo. Un giro d'affari cresciuto fino a oltre 300 milioni di euro lo scorso anno. «Almeno dieci fornitori bielorussi di Ikea, quasi la metà dei principali partner, avevano legami con le prigioni. Si tratta di campi di lavoro particolarmente brutali, noti per la pratica della tortura, o della privazione di cibo o cure mediche, l'esatto opposto dei valori sbandierati dalla compagnia svedese», si legge nel rapporto.

 

Le torture

 

Il campo IK-15, da dove arrivavano i lavoratori impiegati dal fornitore di Ikea Mogotex, «è una terra dell'orrore, dove gli scagnozzi di Lukashenko fanno quel che vogliono», racconta un testimone, il 19enne Tsikhan Kliukach incarcerato per 10 mesi con l'accusa di aver partecipato nel 2021 a una delle manifestazioni anti-regime che infiammarono il Paese. «Ci picchiavano, con i prigionieri politici - costretti a portare un adesivo giallo sul petto - erano particolarmente violenti», ricorda il giovane che come gli altri non poteva ricevere visite né lettere e finiva spesso in cella d'isolamento. Nel centro «si vociferava che i pezzi per Ikea venissero prodotti nella fabbrica del campo e poi esportati direttamente in Europa».

 

I precedenti

 

Ikea era già finita in un caso simile nella Germania Est degli anni '70 e '80. Dopo lo scandalo esploso nel 2012 l'azienda si disse «profondamente dispiaciuta». Più recentemente, nel 2020, era finita nel mirino dei sindacati proprio per i suoi rapporti in Bielorussia. L'Organizzazione internazionale del lavoro dell'Onu (Ilo) aveva fortemente condannato Minsk per il mancato rispetto degli standard internazionali, ciononostante - denunciavano i sindacalisti di Ikea - il gigante svedese aveva continuato la sua collaborazione con fornitori che si sospettava non rispettassero «i diritti del lavoro né quelli umani».

 
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